Hamid-Reza Khoyi: “Obiettivo decarbonizzazione: il nucleare fa parte della soluzione”

La crisi climatica prima, la guerra in Ucraina dopo, ci hanno portati a riflettere maggiormente sul tema del nucleare. Non ne parlo in termini di arma di distruzione, ma come possibile fonte di energia. Le controversie su questo possibile impiego sono molteplici e quasi tutte legate alla sicurezza degli impianti. Sono vivi nel ricordo di molte generazioni ancora in vita i disastri di Chernobyl e di Fukushima. Ma è ancora valido, oggi, utilizzare questi esempi per fare dell’ostruzionismo all’utilizzo del nucleare come fonte di energia pulita? Proviamo a parlarne insieme. 

Global Warming

Gli accordi di Parigi hanno stabilito che ogni Nazione - ma anche i singoli - deve impegnarsi ad attuare piani che ci permettano di mantenere il global warming sotto 1,5° entro il 2100. Nonostante questo cresce sempre più la paura che le temperature raggiungano il punto di non ritorno tra il 2023 e il 2052. Per questo sono stati intensificati gli sforzi, anche da parte dell’ONU stesso, per trovare quelle che sono le soluzioni, ritenute migliori, per raggiungere il prima possibile gli obiettivi dell'Agenda 2030 in fatto di clima. 

L’IPCC, cioè Intergovernmental Panel on Climate Change, ovvero l’organo dell’ONU che si occupa di valutare la ricerca scientifica in merito al cambiamento climatico, nel 2018 ha quindi pubblicato il “Global Warming of 15°C”. Si tratta di un report basato su 6 mila studi differenti, da cui sono emersi quattro scenari possibili e attuabili, riportati da "L'Avvocato dell'Atomo".

1- Scenario dell’efficienza:

"La domanda di energia cala grazie all’efficientamento dei processi sociali, tecnologici e aziendali entro il 2050. Rimane solo da riforestare. 

2- Scenario della sostenibilità:

Prevede un aumento dell’uso di energie sostenibili e low-carbon, della cooperazione internazionale; pattern di consumo sostenibili e utilizzo di Bioenergy con carbon capture & storage (BECCS).

3- Scenario realistico

Una via di mezzo: la crescita tecnologica e sociale continuano ai ritmi attuali seguendo cicli storici. Le emissioni si riducono cambiando il modo di produrre energia. 

4- Scenario turbo

Crescita globale intensiva. Si inquina a manetta. Come si riducono le emissioni? Con un utilizzo massiccio di tecnologie BECCS e CDR (Carbon Dioxide Removal). 

Cosa hanno in comune questi scenari? Tutti prevedono un aumento dell’uso dell’energia proveniente dal nucleare: dal 59% al 106% entro il 2030; dal 98% al 501% entro il 2050. "

Hamid-Reza Khoyi: “Obiettivo decarbonizzazione: il nucleare fa parte della soluzione”

Il “Global Warming of 15°C” non fa riferimento solamente all’energia nucleare, ma parla anche delle fonti di energia rinnovabili. Sì perché il nucleare non è La Soluzione alla decarbonizzazione ma fa parte delle soluzioni. Il suo utilizzo non potrà, ovviamente, essere esclusivo, ma condiviso. Infatti, sia il nucleare che le rinnovabili hanno dei limiti. 

Partiamo dalle rinnovabili

Sono fonti di energia allenatore e non disponibili in tutto il pianeta. Ad esempio le fonti idrologiche sono limitatamente disponibili e da sole sono insufficienti a soddisfare il fabbisogno energetico. Per quanto riguarda le biomasse possono invece portare ad un effetto contrario: aumentare il nostro impatto sull’ambiente. Se i gestori di impianti sono più attenti al profitto che al benessere dell’ambiente potrebbero provocare una deforestazione massiccia per aumentare i ricavi.

Il nucleare

Il nucleare è in grado di coprire dal 20 al 70% del fabbisogno di energia. Già questo dato ci mostra come da solo non possa coprire l’intera richiesta, anche se si tratta di numeri nettamente superiori rispetto alle rinnovabili prese singolarmente. La vecchia generazione di reattori però ha bisogno di un ingente numero di risorse idriche per funzionare e questo la rende inutilizzabile e altamente pericolosa in quelle zone a rischio sismico e idrogeologico. 

Il connubio tra energia rinnovabile e nucleare però non dovrebbe nascere solo per sopperire alla mancanza di una o dell’altra. Possono essere usate insieme anche per aiutare l’una ad incrementare l’utilizzo dell’altra. Ad esempio, si fa molta fatica ad ottenere i permessi per la costruzione di nuove dighe da utilizzare per creare bacini artificiali per produrre energia idrica.

Se avessimo più centrali nucleari, potremmo utilizzarle, ad esempio, per rifornire quelle già esistenti attraverso sistemi di pompaggio alimentati con energia proveniente dal nucleare. In questo modo si creerebbe un circolo di produzione green che esclude definitivamente l’utilizzo del carbon fossile e fornisce un quantitativo di energia sufficiente. 

Le controversie intorno all’energia nucleare

Le maggiori obiezioni che girano intorno all’energia nucleare, riguardano principalmente due aspetti: la sicurezza e lo smaltimento delle scorie. 

Quando si parla di sicurezza, chi muove obiezioni, sembra alzare un muro che non gli permette di guardare oltre. E cosa c’è oltre? La crescita tecnologica. Stiamo, infatti,  condannando dei sistemi che oggi si basano su centrali di 50 anni fa e non si guarda al progresso e all'evoluzione fatta. Non possiamo basarci sugli errori del passato.

Ci sono state delle stragi - verissimo - ma provengono da errori che ci hanno permesso di imparare. Negli ultimi decenni la tecnologia ha fatto grandi passi in avanti. Le centrali di oggi sono molto più protette e sicure tanto che, adesso, lo scopo degli studi, si concentra sul renderle più piccole, in modo da occupare meno spazio sul territorio. 

Le centrali, in futuro, potranno anche occupare meno spazio, ma c’è bisogno che qualcuno conceda quello spazio per poterle impiantare. In Italia, ad esempio, sono molti i luoghi individuati per poter accogliere una centrale nucleare, ma nessuno vuole renderli disponibili. Perchè? Tutti hanno paura delle scorie radioattive. Non ho le competenze tecniche per potervi dare tutte le spiegazioni di cui avreste bisogno, quindi vi invito a leggere questo approfondimento dell’Associazione Italiana Nucleare, che parla proprio dei rifiuti nucleari.  

Quello che posso dire è che non possiamo giocare allo scaricabarile con la salvaguardia del pianeta. 

Cambiare idea! 

Non è mai troppo tardi per cambiare idea. Vi faccio l’esempio della Svizzera. Qui ci sono quattro impianti nucleari attivi ed è stato deciso che entro il 2025 andranno chiuse tutte. Per il momento solo una è stata disattivata, ma solo nel 2034 potrà essere utilizzata l’area della centrale dismessa.

Per le altre 3 non sappiamo ancora nulla ed è molto probabile che non si arriverà allo spegnimento totale. Lo stato attuale degli eventi potrebbe infatti portare alla decisione - a mio avviso più appropriata - di rinnovare le centrali ancora attive, che risalgono agli anni 70. 

Ovviamente non possiamo dire che il nucleare sia perfetto, ma non possiamo nemmeno negare i benefici che può portare e i grandi passi in avanti che sono stati fatti. Non lo escludiamo a prescindere ma accogliamolo ed integriamolo con le altre fonti di energia green e salviamo il nostro Pianete. 

Audit finanziario spiegato da Hamid-Reza Khoyi

[vc_row][vc_column][vc_column_text]AUDIT HAMID REZA KHOYI - Un’azienda o un imprenditore deve essere sempre in grado di garantire la stabilità economica e la correttezza delle proprie azioni. Ma la sola parola non basta, devono essere messe in atto anche delle vere e proprie verifiche che accertino la veridicità di quanto riportato. Questa operazione ha un nome: Audit e Hamid-Reza Khoyi ce la spiega.[/vc_column_text][dfd_spacer screen_wide_spacer_size="50" screen_normal_resolution="1024" screen_tablet_resolution="800" screen_mobile_resolution="480"][dfd_heading subtitle="" delimiter_settings="delimiter_style:solid|delimiter_width:80|delimiter_height:1" undefined="" title_font_options="tag:h2" subtitle_font_options="tag:div" tutorials=""]

Che cos'è un audit finanziario, ce lo dice Hamid-Reza Khoyi

[/dfd_heading][dfd_spacer screen_wide_spacer_size="50" screen_normal_resolution="1024" screen_tablet_resolution="800" screen_mobile_resolution="480"][vc_column_text]L’audit è una verifica di tipo finanziario dello stato di salute finanziaria di una società o di una persona fisica. Questa pratica prende il nome dal termine latino “audit”, appunto, che sta per “ascolto”. Già in uso nell’Antica Roma, “stava ad indicare i soggetti che controllavano l'amministrazione del denaro pubblico tramite l’audit dei risultati contabili”.

Oggi è tuttora in uso ma ha ampliato le sue funzioni. Viene utilizzato per valutare se sono rispettate le procedure in obbligo, se i vari ruoli e doveri all’interno dell’azienda sono definiti in modo chiaro e rispettati. Le verifiche sono valide per ogni tipo di azienda, dalle piccole alle grandi, e per ogni grado di rischio.

Un audit finanziario prevede varie fasi che si concludono con la redazione di una documentazione che accerta:

Il soggetto dell’analisi (azienda o privato) dimostra che la sua situazione è sicura e stabile.

Tale documentazione è poi messa a disposizione di tutti gli interessati al soggetto dell’analisi come gli stakeholders, gli azionisti e le banche.[/vc_column_text][dfd_spacer screen_wide_spacer_size="50" screen_normal_resolution="1024" screen_tablet_resolution="800" screen_mobile_resolution="480"][dfd_heading subtitle="" delimiter_settings="delimiter_style:solid|delimiter_width:80|delimiter_height:1" undefined="" title_font_options="tag:h2" subtitle_font_options="tag:div" tutorials=""]

Le fasi di attuazione dell’Audit Finanziario

[/dfd_heading][dfd_spacer screen_wide_spacer_size="50" screen_normal_resolution="1024" screen_tablet_resolution="800" screen_mobile_resolution="480"][vc_column_text]Quando ci si deve approcciare all’audit finanziario, dichiara Hamid-Reza Khoyi, è importante rispettare tre fasi. Vediamole in dettaglio.[/vc_column_text][dfd_spacer screen_wide_spacer_size="50" screen_normal_resolution="1024" screen_tablet_resolution="800" screen_mobile_resolution="480"][dfd_heading subtitle="" delimiter_settings="delimiter_style:solid|delimiter_width:80|delimiter_height:1" undefined="" title_font_options="tag:h4" subtitle_font_options="tag:div" tutorials=""]

[/dfd_heading][dfd_spacer screen_wide_spacer_size="50" screen_normal_resolution="1024" screen_tablet_resolution="800" screen_mobile_resolution="480"][vc_column_text]Si tratta della fase più delicata, quella in cui si pianificano tutte le attività di audit che si dovranno svolgere nel corso di un anno. Sì perché l’audit è un processo continuo che deve essere sottoposto periodicamente a controllo, per verificare come la situazione muta nel tempo. Ogni intervento deve:

[/vc_column_text][dfd_spacer screen_wide_spacer_size="50" screen_normal_resolution="1024" screen_tablet_resolution="800" screen_mobile_resolution="480"][dfd_heading subtitle="" delimiter_settings="delimiter_style:solid|delimiter_width:80|delimiter_height:1" undefined="" title_font_options="tag:h4" subtitle_font_options="tag:div" tutorials=""]

[/dfd_heading][dfd_spacer screen_wide_spacer_size="50" screen_normal_resolution="1024" screen_tablet_resolution="800" screen_mobile_resolution="480"][vc_column_text]In questa fase si individua perfettamente quale è la situazione della società o del privato soggetti dell’audit e si comincia a svolgere il processo vero e proprio, rispettando le attività programmate in precedenza. Per ogni momento è essenziale raccogliere e catalogare minuziosamente tutta la documentazione fornita in modo da poter avere tutto a portata di mano in caso di necessità. Ogni azione fatta e controllata deve presentare una documentazione a supporto.[/vc_column_text][dfd_spacer screen_wide_spacer_size="50" screen_normal_resolution="1024" screen_tablet_resolution="800" screen_mobile_resolution="480"][dfd_heading subtitle="" delimiter_settings="delimiter_style:solid|delimiter_width:80|delimiter_height:1" undefined="" title_font_options="tag:h4" subtitle_font_options="tag:div" tutorials=""]

[/dfd_heading][dfd_spacer screen_wide_spacer_size="50" screen_normal_resolution="1024" screen_tablet_resolution="800" screen_mobile_resolution="480"][vc_column_text]I soggetti finanziari interessati all’audit, in questa fase, verificano la veridicità della documentazione raccolta. Si procede quindi alla verifica, ad esempio, delle transizione. In caso di necessità può essere fatta richiesta di ulteriore documentazione.[/vc_column_text][dfd_spacer screen_wide_spacer_size="50" screen_normal_resolution="1024" screen_tablet_resolution="800" screen_mobile_resolution="480"][dfd_heading subtitle="" delimiter_settings="delimiter_style:solid|delimiter_width:80|delimiter_height:1" undefined="" title_font_options="tag:h4" subtitle_font_options="tag:div" tutorials=""]

[/dfd_heading][dfd_spacer screen_wide_spacer_size="50" screen_normal_resolution="1024" screen_tablet_resolution="800" screen_mobile_resolution="480"][vc_column_text]Una volta conclusasi la fase di verifica e raccolta della documentazione si può procedere a stilare un rapporto, dove vengono inserite le conclusioni tratte dall’audit finanziario. Il documento finale sarà poi reso disponibile a tutti coloro aventi interesse nei confronti del soggetto dell’operazione. Può essere ordinario, se relativo ad una singola attività tra le tante previste, o consuntivo, se facente riferimento a tutta l’attività di audit programmata nell’arco di un anno.[/vc_column_text][dfd_spacer screen_wide_spacer_size="50" screen_normal_resolution="1024" screen_tablet_resolution="800" screen_mobile_resolution="480"][dfd_heading subtitle="" delimiter_settings="delimiter_style:solid|delimiter_width:80|delimiter_height:1" undefined="" title_font_options="tag:h2" subtitle_font_options="tag:div" tutorials=""]

Hamid-Reza Khoyi mette in guardia dagli errori dell’audit 

[/dfd_heading][dfd_spacer screen_wide_spacer_size="50" screen_normal_resolution="1024" screen_tablet_resolution="800" screen_mobile_resolution="480"][vc_column_text]Quando si procede ad un audit finanziario è necessario essere molto accurati nella raccolta della documentazione. Inoltre tale materiale deve essere accurato e verificato, perché chiunque vi entri in possesso deve essere in grado di giungere alle nostre stesse conclusioni. Non si deve mai essere precipitosi nel compiere l’analisi e nell’archiviare la documentazione perchè:

“ciò che non è stato documentato non è stato verificato”

[/vc_column_text][dfd_spacer screen_wide_spacer_size="50" screen_normal_resolution="1024" screen_tablet_resolution="800" screen_mobile_resolution="480"][vc_column_text]Come la Svizzera sta combattendo l’inflazione[/vc_column_text][/vc_column][/vc_row]

Con Hamid-Reza Khoyi alla scoperta dei trust services

HAMID-REZA KHOYI TRUST SERVICES - Per i singoli privati o per le aziende è sempre più importante disporre di servizi finanziari, bancari e assicurativi capaci di salvaguardare e tutelare i propri beni. Non solo è importante anche rendere più semplice la costituzione di una nuova società, per questo ci sono i Trust Services che ci spiega Hamid-Reza Khoyi.

Hamid-Reza Khoyi introduce i trust services

Il trust è uno strumento giuridico che, nell'interesse di uno o più beneficiari o per uno specifico scopo, permette di strutturare in vario modo "posizioni giuridiche" basate su legami fiduciari. I trust services sono invece una serie di servizi utilizzati per applicare o implementare il trust. Vi rientrano la domiciliazione di società, le richieste per risiedere in un board societario, la salvaguardia del patrimonio aziendale. Si parla perlopiù di servizi resi ad un cliente aziendale, ma possono essere applicati anche a livello familiare.

I protagonisti dei trust services sono due entità: il settlor, colui che richiede il servizio del trust; il trustee il soggetto che, come Hamid-Reza Khoyi, si occupa di operare i trust services. Spesso gli oggi dei servizi di trust non solo monetari, ma anche immobili, come edifici, dossier finanziari o partecipazioni di quote aziendali. In ogni caso, nel momento in cui vengono trasferiti al trustee essi non diventano di sua proprietà, ma vengono solo salvaguardati e gestiti da esso.

Allo stato attuale sono sempre più coloro che si affidano ai trust services per tutelare i propri beni personali e renderli separati da quelli societari o aziendali. Affidandoli ad un trustee infatti i beni diventano inespugnabili, e sono difesi da qualunque conseguenza legata ad un'attività professionale rischiosa da parte del settlor o da comportamenti personali non appropriati. Lo stesso vale anche nel caso in cui si passino al trustee beni legati all’azienda.

I professionisti del settore 

I trust services di cui è possibile disporre oggi sono per lo più: domicilio, schermatura, salvaguardia della privacy e creazione di veri e propri trust finanziari per risolvere, ad esempio, problemi di successione.

Per gestire questo tipo di operazione è importantissimo affidarsi ad un professionista, e che questo sia riconosciuto come tale. Infatti un esperto può garantire la tutela della sfera privata e dare un vantaggio a l'iniziazione di certe attività, come la fondazione di una start-up. Il trustee non è una nemesi del settlor, che pensa solo di entrare in possesso dei suoi beni,  ma una figura giuridica che ha come scopo la salvaguardia degli interessi del suo cliente.

Nell'ambito dei Digital Trust Services - di cui Hamid-Reza Khoyi parla nel prossimo paragrafo - le figure professionali di riferimento, chiamate Trust Services Provider, sono riconosciute a livello dell’Unione Europea e Svizzera. Si tratta di una persona o un'entità giuridica che fornisce e preserva certificati digitali per creare e validare firme elettroniche e per autenticare i loro firmatari. Per essere riconosciuti come tali i loro nominativi devono comparire all'interno di una lista ufficiale.

Introduzione di Hamid-Reza Khoyi ai Digital Trust Services

Come Hamid-Reza Khoyi ha già anticipato esiste una classe particolare di trust services. Si tratta dei Digital Trust Services che secondo la definizione data dall’articolo 3.16 del Regolamento eIDAS sono:

Disporre di questo tipo di servizio è fondamentale per la società di oggi visto la direzione e la forza con cui si sta imponendo la Transizione Digitale. Sono sempre più le operazioni di qualsiasi tipo che vengono svolte esclusivamente online e a distanza. Non solo aumenta anche da parte dei clienti la richiesta di servizi digitali capaci di agevolare molte attività. Importante però è rendere questi scambi trasparenti e sicuri, per questo sono sempre più i digital trust services provider riconosciuti e certificati. La loro presenza nelle transazioni dà più peso ai servizi di digital trust effettuati e li rende anche più inattaccabili a livello giuridico, rispetto a quelli non mediati.

Know your client: Hamid-Reza Khoyi introduce l’argomento

KNOW YOUR CLIENT HAMID-REZA KHOYI - Investire non è così facile, come non è facile per chi si occupa di gestire il portafoglio clienti essere a conoscenza dello storico della persona e del suo denaro. I consulenti in materia, per svolgere al meglio il proprio lavoro, devono conoscere il più possibile gli investitori per poter usufruire del loro denaro nella maniera più proficua. Per farlo hanno a disposizione una serie di strumenti tra cui il “Know your client, scopriamolo insieme ad Hamid-Reza Khoyi.

Know your Client: di cosa si tratta?

Il Know your Client è uno strumento utilizzato per verificare l’identità di un cliente e valutare potenziali rischi o intenzioni illegali nel rapporto con il cliente. I consulenti d’investimento ad esempio lo utilizzano per accertarsi della situazione patrimoniale del proprio assistito e che questo non sia inserito nella “lista nera” o altro. Questo strumento è utile anche per i revisori di conti per i quali però assume il nome di “Understand your Business”. In generale i campi di applicazione sono molteplici.

Le fasi della procedura di KYC sono tre:

In questa fase si raccolgono tutte le informazioni base dell’assistito mediante la compilazione dei documenti primari. Si richiedono quindi tutti i dati anagrafici dell’utente e si verificano tramite l’utilizzo di credenziali come nome, data di nascita, indirizzo, o altri documenti. In questa fase vengono messi a disposizione anche i moderni strumenti di screening del cliente messi a disposizione dalla moderna Fintech.

A questo punto si verifica l'identità del cliente e se ne valuta il profilo di rischio utilizzando le credenziali dell’utente raccolte. Si verificano quindi la natura giuridica del cliente, l’attività prevalentemente svolta, l’area geografica di residenza.

Svolgere il KYC solamente in fase conoscitiva del cliente non è sufficiente. Deve esserci un monitoraggio continuo nel tempo per verificare che le informazioni raccolte inizialmente continuino a valere e che l’utente si comporti correttamente anche nel tempo.

Know your client: Hamid-Reza Khoyi ci indica a chi interessa e come si utilizza

Il Know your Client è uno strumento liberamente utilizzabile nel mondo economico-lavorativo, ma ci sono figure che hanno l’obbligo di attuarlo. Si tratta di banche, intermediari finanziari, trustee, e professionisti di settore.

Queste figure hanno a disposizione molte tecnologie gestionali per farlo al meglio. Ci sono delle direttive che impongono l'obbligo di dimostrare di essere in possesso dei software addetti alla verifica del KYC, ma ognuno è libero di adottare il grado di approfondimento più opportuno. Ovviamente più si pensa che il cliente sia un potenziale rischio più è conveniente fare un’analisi più approfondita.

Strumento importante a supporto dell’antiriciclaggio

Come abbiamo visto è uno strumento molto versatile e che interessa più campi di applicazione, ma il primo scopo per cui è pensato è sostenere le battaglie dell’antiriciclaggio. Le pratiche necessarie per far in modo che il denaro ottenuto illegalmente possano essere utilizzati legalmente, come le frodi assicurative, sono purtroppo difficili da individuare, ma il Know your Client, come afferma Hamid-Reza Khoyi, è un ottimo alleato.

Oggi poi che la maggior parte delle operazioni può tranquillamente svolgersi online, adottare il KYC diventa sempre più fondamentale.

Know your cliente, le prospettive per il futuro prospettate da Hamid-Reza Khoyi

Il mercato offre numerose soluzioni di attuazione del KYC  tra cui un'ampia gamma di algoritmi legati all’intelligenza artificiale capaci di implementare i processi di ricerca e di velocizzarli senza perdere efficienza e sicurezza. Il futuro che ci sta piano piano mostrando la tecnologia permette di guardare molto avanti.

“Chissà forse un giorno la tecnologia ci stupirà talmente tanto che anche la Blockchain potrà rivelarsi uno strumento utile per il Know your Client” - afferma Hamid-Reza Khoyi.

Il fenomeno Fan Token nello sport

FAN TOKEN - Ad oggi sono molti i club in crisi poiché non riescono ad avere entrare sufficienti a coprire le ingenti spese. Il legame tra calcio, Fan Token e NFT è in crescita e permette a società, fondazioni e aziende di generare ricavi molto proficui, attirando anche un pubblico giovane e diversificato. Ma di che entrate si parla?

Il mondo dei Fan Token

I Fan Token sono criptovalute, facenti parti della categoria degli utility token, che permettono ai tifosi sportivi di accedere ad una serie di bene e servizi capaci di influenzare le decisioni della squadra da cui sono emessi. Per quanto riguarda il club essi rappresentano una sorta di “azioni” acquisite da un tifoso, che però non portano a modifiche in ambito societario e della proprietà del club. L’acquisto di Fan Token non comporta anche l’acquisizione di quote finanziarie ma solo di servizi particolari di cui può valersi il possessore. In questo modo le squadre non sono costrette a farsi carico anche degli oneri finanziari che azioni reali comportano.

I tifosi possono acquistare Fan Token grazie a criptovalute appropriate che però non è necessario possedere in quanto ad effettuare lo scambio ci pensa l’app di gestione competente. Con i propri Fan Token i tifosi possono scegliere: quale giocatore dovrà fare le dirette social; quale canzone mettere dopo un gol o in fase di riscaldamento o all’intervallo; quali squadre affrontare in amichevole. Inoltre attraverso sondaggi possono avere voce nella scelta: del merchandising; del bus; su chi schierare titolare. Non finisce qui infatti possono anche avere accesso a particolari sconti su biglietti e merchandising.

Per la squadra invece i Fan Token permettono di averi ricavi in tempo rapidi senza dover fare i conti con il sistema bancario. Nel mondo del calcio i maggiori club europei hanno riscosso circa 175 milioni di euro solo nel 2021. Ma non sono privi di rischi. Essendo criptovalute, come le “monete madri” non hanno un valore fisso, ma soggetto a fluttuazioni. Questo comporta rischi specialmente per i tifosi acquirenti, che potrebbero ritrovarsi a perdere tutto nel giro di pochissimo tempo. Le perdite possono protrarsi per molto tempo o per poco, essere altamente significative o meno. Tra dicembre 2020 e gennaio 2021 si è già assistito ad una situazione del genero con i fan token di Roma e Juventus che hanno perso rispettivamente il 76.6% e il 36.3% di valore.

Fan Token che partono dalla NBA

Le prime a dare il via al mercato dei Fan Token sono state le squadre di NBA mettendo a disposizione dei tifosi i video delle azioni più significative. L’idea di poter avere come copia unica e irripetibile, grazie alla tecnologia degli NFT, un canestro del proprio miti ha fatto schizzare il prezzo di questi video anche a 1800 dollari a pezzo. Dall’NBA però hanno preso spunto numerosi altri sport, tra cui calcio, ma anche Formula1.

A parlare del successo degli NFT e dei Fan Token è lo stesso Alexandre Dreyfus, CEO di Chiliz e socios.com, le piattaforme che gestiscono queste tecnologie.

“In un solo giorno, abbiamo annunciato cinque partnership da tre diversi sport in tre continenti. Nei prossimi anni una generazione di fan passivi si trasformerà in fan attivi e tale transizione avverrà attraverso il coinvolgimento sulla nostra piattaforma. Le più grandi organizzazioni sportive mondiali si stanno unendo a noi in massa nella ferma convinzione che Socios.com e i Fan Tokens sono qui per restare”.

Il successo delle cripto nel calcio

Abbiamo già introdotto alcune cifre, ma entriamo più nel dettaglio prendendo a riferimento le squadre di calcio.

Partiamo da AS Roma e Inter

Per i prossimi tre anni sul petto delle maglie giallorosse ci sarà il logo di Digitalbits, società di cryptomonete che ha già fruttato al club 36 milioni di euro. Al 08/10 il valore di un singolo Fan Token della Roma è di 6.48 euro.

Anche i giocatori dell’Inter hanno il proprio cripto sponsor sul petto. Il logo Socios.com è comparso sulle maglie nerazzurre a partire dalla stagione 2021/2022 nelle partite di Serie A e tutte quelle al di fuori dei campionati UEFA. Grazie a questo accordo l’Inter guadagnerà a stagione 20 milioni di euro circa in più.

Milan e Juventus

I calciatori rossoneri e bianconeri invece presentano la propria cripto partnership sulla manica. Le due squadre hanno stretto accordi per sleeve partnership rispettivamente con BitMEX e Socios.com. Per il Milan la sponsorizzazione significa ritrovarsi in cassa dai 3-4 milioni di euro in più a stagione. La Juventus invece è riuscita a portare il valore del proprio fan token a 12.55 euro.

Ci sono squadre che invece si sono impegnate anche nel fare cassa con ciò che gira intorno ai fan token, come gli NFT. Questo è il caso della Fiorentina che dato vita ad una versione digitale della propria maglia ufficiale. Così facendo, 95 fortunati, potranno entrare in possesso di una versione del tutto personale della maglia della viola, riconosciuta a tutti gli effetti di loro proprietà. Ad attestare l’unicità e la proprietà sarà uno speciale smart patch in collegamento con un NFT registrato sulla blockchain.

Anche il motorsport conquistato dai Fan Token

Dal calcio si passa alla Formula 1 con i team di Aston Martin e Alfa Romeo. Prima di loro dal settore del motorsport però la collaborazione con Chillz e Socios.com era stata firmata dalla Nascar con il team Roush Fenway Racing. I team di F1 guadagneranno grazie a quote percentuali ricevute sui fan token e sul trading.

La dichiarazione di Frederick Vasseur, Team principali di Alfa Romeo dopo l’accordo:

“Il modo di coinvolgere i fan in F1 si sta evolvendo e Alfa Romeo Racing ORLEN è in prima linea in questo nuovo entusiasmante viaggio. Il lancio dei fan token fornirà ai nostri fan un nuovo modo di interagire con la squadra, che è un aspetto chiave per avvicinare i nostri tifosi in tutto ciò che facciamo all’interno del team”.

Messi è il primo giocatore pagato in criptovalute, per saperne di più clicca qui.

Coworking: una soluzione sostenibile

COWORKING SOSTENIBILE - Quando si parla di sostenibilità si pensa subito a soluzioni “green”. In realtà dietro a questa parola si nasconde un significato molto più ampio che fa riferimento non solo ad una maggiore attenzione verso l’ambiente ma anche verso l’uomo. In questo contesto rientra il coworking che punta ad essere sostenibile proponendo soluzioni più attente alla salute del lavoratore e del Pianeta.

Il coworking come soluzione sostenibile

Il coworking è la condivisione di spazi di lavoro tra persone che non svolgono stesse mansioni e lo fanno per aziende spesso molto differenti tra loro. Con il coworking però coabitano uno stesso spazio lavorativo potendo tutti usufruire di servizi comuni. Questa attività permette molti vantaggi tra cui quello di lavorare in smart working, rimanendo vicino alla propria abitazione, ma non dovendo trasformare la casa in uno studio. Il dipendente ha quindi la possibilità di rimanere vicino alla propria famiglia pur essendo integrato in un ambiente lavorativo vero e proprio. Casa e lavoro rimangono così distinti.

Il coworking però implementa anche altre soluzioni sostenibili. Permette una riduzione degli sprechi, una diminuzione dei consumi, riciclo, riutilizzo dei materiali e molto alto. Mettere insieme realtà diverse permette anche di dare vita a idee innovative e che puntano alla sostenibilità per altri ambiti.

Avere spazi condivisi da lavoratori attenti a soluzioni sostenibili porta anche alla scelta di ambienti e arredi green e vantaggiosi per la salute dell’uomo e del pianeta.

Una piattaforma che rende il coworking ancora più sostenibile

Se il coworking è già di per sé sostenibile, l’idea di Sercam Advisory e Advepa Communication contribuirà a renderlo ancora più eco-sostenibile. La pandemia ci ha mostrato come lo Smart Working abbia contribuito a ridurre la congestione stradale e di conseguenza l’inquinamento atmosferico. Il rapporto di Life Prepair dimostra che nel primo quadrimestre del 2020 nell’area padana dove abita il 40% della popolazione che genera il 50% del PIL nazionale, si è registrata una “una repentina riduzione di alcune tra le principali sorgenti di inquinamento atmosferico.”

Non tutti però sono entusiasti di passare definitivamente allo smart working poiché, se da una parte è più eco-sostenibile, dall’altra perde su requisiti legati alla sostenibilità dell’ambiente di lavoro. Per questo entra in campo la piattaforma per il coworking virtuale. Si tratta di un progetto che volge a riprodurre uffici e persone con la realtà 3D. A spiegarlo meglio è il presidente di Sercam Advisory Marco Ginanneschi:

“I fruitori dello studio virtuale vengono rappresentati da avatar (con sembianze umane) che interagendo tra di loro (attraverso chat e video-chat) svolgono le normali attività d'ufficio e di confronto/incontro con i clienti di uno studio.

All’associato o alla segreteria dello studio viene assegnato non solo un avatar che lo rappresenti nello studio ma anche un software di back-end, direttamente collegato con l’ambientazione virtuale 3D, attraverso cui possano essere svolte le normali operazioni di ufficio.

Lo studio virtuale si compone della tecnologia Multiplayer che permette la compresenza degli avatar (dello studio e del cliente) nello stesso ambiente virtuale e le interazioni tra gli stessi.”

Dall’emergenzialità alla necessità

Non è più possibile tornare ad un mondo completamente uguale a quello pre-pandemia, specialmente nell’ambiente lavoro. Sono stati scoperte soluzioni che da risposta nell’emergenzialità sono passate ad essere una necessità. L’importante adesso è risolvere alcune problematiche non sostenibili a lungo termine e dare garanzie ai lavoratori.

Per saperne di più sul futuro dello smart working, clicca qui.

Approfondiamo il tema Greenwashing con Hamid-Reza Khoyi

GREENWASHING HAMID REZA KHOYI - La necessità di combattere i cambiamenti climatici e difendere il nostro pianeta è una questione che deve riguardare tutti. Purtroppo però ancora non c’è da parte dell’opinione comune l’interessamento adeguato, anche se ci si sta, seppur lentamente, muovendo in questa direzione. Le aziende hanno capito che il mercato è sempre più sensibile alla questione ma troppo spesso dicono di essere imprese sostenibili piuttosto che esserlo veramente nei fatti. Il greenwashing è un fenomeno molto diffuso, ma altrettanto dannoso per il pianeta e Hamid-Reza Khoyi ci spiega perchè.

Pericolo greenwashing

Per parlare bene dell’argomento c’è bisogno in primo luogo di spiegare cosa è il greenwashing. Per greenwashing si intende “essere verdi di facciata” ovvero dichiarare di essere un’azienda sostenibile, ecologicamente all’avanguardia, ma non esserlo con i fatti. Le imprese sono portate a farlo per accattivarsi un mercato che è sempre più sensibile al tema della sostenibilità, ma è ancora troppo poco informato. Comunicare di essere un’azienda green affascina il cliente e quindi permette di massimizzare i profitti.

Investire in adeguamenti eco-sostenibili è costoso e ancora non porta a riscontri economici adeguati, quindi praticare il greenwashing rientra in abili questioni di marketing. Purtroppo i consumatori hanno estrema difficoltà a difendersi da questi inganni. L’unico strumento a loro disposizione oggi è quello dell’informazione, ovvero fare ricerche accurate, anche sul web, sull’azienda da cui si vuole acquistare per capire se applicano o meno ciò che affermano.

Boicottare chi fa greenwashing è sbagliato per Hamid-Reza Khoyi

Ci sono soluzioni che potrebbero essere attuata anche dalla politica per cercare di eliminare il greenwashing, ma ne parleremo dopo. Infatti il cambiamento può e deve partire anche dal basso, ovvero da noi consumatori. Dobbiamo essere noi i primi a credere nei valori della sostenibilità e metterli nelle nostre scelte, senza però cadere in errori pesanti.

A mio avviso ad esempio, boicottare in toto un’azienda che si scopre fare greenwashing è sia sbagliato che controproducente. Però si può denunciare e far venire allo scoperto i nomi di chi non opera in maniera sostenibile come afferma. Questa operazione porta a due benefici: - costringere l'azienda incriminata a diventare effettivamente sostenibile; - mettere ancora più in risalto coloro che effettivamente attuano politiche eco-sostenibili.

Noi come consumatori però dobbiamo anche sensibilizzarci maggiormente ed informarci per essere noi stessi più sostenibili e riuscire a scovare coloro che operano greenwashing. Deve cambiare anche il nostro rapporto con il consumo. Non è utopistico pensare infatti alla realizzazione di un consumismo etico, nonostante la società in cui viviamo. È sbagliato imporre cosa comprare ma possiamo pensare di riuscire a fare in modo che il consumatore abbia tutto il necessario per poter compiere azioni etiche e responsabili.

 L’importanza della comunicazione

Uno strumento molto potente di cui dispone chi fa greenwashing è la pubblicità, che sia tramite cartelloni, social, tv, o online. Infatti è tutta una questione di facciata e comunicazione e questi sono i mezzi principali su cui ruota tutto. Purtroppo non si può vietare che ciò avvenga, ma anche qui è necessario che il consumatore abbia l’interesse di approfondire l’informazione e vada a scovare dove si trova la verità.

Per riconoscere se un’azienda è davvero sostenibili si devono andare a guarda alcune cose. Ad esempio si può cercare all’interno della descrizione dei propri valori d’impresa se sono presenti i principi di eco-sostenibilità che si impegnano a seguire. Inoltre in alcuni casi è possibile accedere anche a dati concreti, come per esempio riguardo alle emissioni di CO2. Infatti è possibile monitorare le emissioni e i dati raccolti possono essere riportati pubblicamente così da testimoniare l’impegno effettivo dell’azienda.

Il greenwashing può essere combattuto con l’aiuto dei certificatori come Hamid-Reza Khoyi

In giro non ci sono ancora politiche attuabili che permettono di impedire il greenwashing o almeno ostacolare pesantemente. Però uno strumento importante si sta già affacciando nel mercato. Si tratta delle certificazioni Bcorp. Sono attestati che si ottengono dopo aver dimostrato con i fatti di aver rispettato criteri altissimi di sostenibilità.

“Le aziende certificate devono soddisfare i più alti standard di prestazioni sociali e ambientali verificate, trasparenza pubblica e responsabilità legale per dimostrare che stanno bilanciando profitto e scopo, facendo del bene per tutti gli stakeholder, in altre parole, non solo gli azionisti.”

Come certificatore di conti ritengo questa strada facilmente attuabile e quella giusta. Infatti i governi potrebbero richiedere che le aziende forniscono certificazioni nei quali garantiscono di rispettare certi parametri e le rendano pubbliche, un po’ come succede per le classi energetiche di molti prodotti. In questo modo sarebbe chiaro a tutti se un’azienda dice solo di essere sostenibile o lo è veramente.

In questo senso sarebbe molto importante anche la mia professione perché ovviamente servirebbe che ci siano organi competenti che verifichino l’autenticità delle attestazioni rilasciate. E se noi non facessimo bene il nostro lavoro e sostenessimo chi applica il greenwashing rischieremmo grosso. Infatti, una volta scoperti, perderemmo di credibilità e ne andrebbe anche del nostro business.

Il greenwashing è sbagliato ma accende la speranza

C’è chi ritiene che, nonostante la poca eticità, il greenwashing sia una presa di coscienza e chi invece lo condanna senza mezzi termini. Io mi sento in mezzo a queste due scuole di pensiero. Infatti il fatto che ci siano aziende disposte a farne uso vuol dire che si sente il peso di un mercato che vuole essere sostenibile. Ciò è positivo perché vuol dire che i consumatori si stanno muovendo nella direzione giusta. Però, come dicevo precedentemente non si può rimanere in silenzio. Si deve far conoscere questo fenomeno e si deve smascherare chi lo attua così da costringerlo a mettere in atto azioni di sostenibilità concrete e reali.

Se sei curioso di approfondire il tema Bcorp, clicca qui.

I consigli di Hamid-Reza Khoyi per dare vita ad una startup di successo

HAMID REZA KHOYI STARTUP -  Sono sempre più le startup che nascono in giro per il mondo. Quello che prima sembrava essere un fenomeno, oggi costituisce una fetta molto importante di mercato. Ma visto la sua larga diffusione come si fa oggi a partire e portare idee che siano innovative. Hamid-Reza Khoyi fornisce alcuni spunti interessanti per chi è all'inizio di una startup.

Partiamo dalle basi

Innanzitutto partiamo dall’abc, campendo cosa è una startup. Senza scendere nella definizione tecnica si può dire che le startup sono iniziative aziendali e imprenditoriali in campi e settori nuovi che puntano a lanciare, sviluppare innovativi servizi e prodotti. Le idee che stanno alla base di una startup emergente devo essere novità assolute e ancora mai viste prima. Per poter partire servono quindi una intuizione valida, capacità imprenditoriale e finanziatori.

Eh sì, serve fin da subito che qualcuno finanzi la nostra startup, perché l’investimento iniziale necessario può essere molto alto. Infatti, in base al settore, servizio e prodotti su cui stiamo puntando ci potrebbero servire da poche migliaia di euro, a svariati milioni.

E allora a chi ci si rivolge?

Per prima cosa si deve andare alla ricerca di professionisti che possano aiutarci a dare concretezza al progetto iniziale. Ci si può rivolgere quindi ad associazioni addette a dare supporto alle attività emergenti oppure si possono cercare professionisti del settore commerciali, o addirittura avvocati che sono esperti in questi campi. Una volta che si ha un progetto solido e strutturato allora inizia la ricerca dei finanziatori. Purtroppo andare ad individuare subito chi sono coloro che possono fare al caso nostro non è semplice. Questo perché il target da contattare varia da caso a caso, quindi dare una regola generale è controproducente. In linea di massima però i finanziatori sono da ricercare tra investitori specializzati o intenti a diversificare i propri investimenti. Si possono fare tentativi anche tra gli investitori privati attratti da nuove realtà o fondazioni create ad hoc per sostenere le startup innovative.

Per Hamid-Reza Khoyi la chiave del successo di una startup è un piano strutturato

Dobbiamo stare sempre in allerta perché non sapremo mai quando l’idea geniale ci colpirà. Da una doccia, una corsetta nel parco, un aperitivo con gli amici, possono scaturire intuizioni rivoluzionarie da non farci scappare. Ma una volta che c’è l’idea cosa è opportuno fare prima di andare a caccia di eventuali finanziatori?

Per me, Hamid-Reza Khoyi per dare vita ad una startup di successo è importante cominciare mettendo sul piatto idee chiare e un buon piano. Per prima cosa Stilare un white paper che descriva chiaramente cosa si vuole andare affare. Necessario è anche un business plan, con analisi di mercato che vada alla ricerca di eventuali competitor sulla piazza. Importantissimo è quindi fin da subito avere ben chiaro quale è il settore verso cui ci spingeremo. Una volta concluse tutte le analisi e i documenti è opportuno sottoporli a professionisti che siano in grado di effettuare un’indagine critica di ciò che è stato sviluppato e delineare che tutto sia stato fatto correttamente.

Queste operazioni potrebbero sembrare banali e scontate, ma non è così. Mi ricordo di un progetto che mi è stato presentato anni fa e che ha riscosso successo non solo grazie all’idea, ma soprattutto per l’attenzione e la precisione che c’è stata nella fase iniziale della startup. Si trattava di un’applicazione che utilizza l’intelligenza artificiale per selezionare il personale all’interno delle risorse umane. Fin da subito e anche nel corso degli anni sono riusciti a trovare un mercato solido e clienti tanto che a distanza di tempo sono ancora in fase di crescita.

Consigli utili da Hamid-Reza Khoyi per chi vuole dare vita ad una startup

Una volta che è stato fatto e approvato il business plan non dobbiamo scordarcelo. Ma ancora più importante è ricordarci che se i costi ci saranno fin da subito, i ricavi tarderanno ad arrivare. Infatti potrebbero metterci anche alcuni anni rispetto a quello che è stato pianificato. Per questo motivo non ci si deve scoraggiare, ma cercare di avere le spalle larghe grazie agli investitori giusti.

Di fronte alle prime difficoltà non ci si deve scoraggiaresoprattutto se si è consapevoli di avere idee brillanti, perseveranza e capacità di trovare i finanziatori giusti. Se si è capaci di dedicare il giusto tempo ad impostare gli scenari per i primi 3-5 anni, a trovare i giusti partner e pianificare non tutto il progetto, ma una piccola fetta allora si è già sicuri di partire con il piede giusto. Non ci si deve preoccupare di avere già tutto pronto al 100% se non si è certi primi di avere i mezzi per affrontare e superare la prima fase, che è sempre la più tosta.

Un aiuto può essere dato anche da chi come me si occupa di revisione di conti. Infatti all’inizio può giocare il ruolo di partner spalla, che sa porre le domande giuste e ha un occhio critico sul business plan. Inoltre più indirizzare verso lo sviluppo di una corretta gestione e impostazione dell’azienda. Avere alle spalle un revisore di conti è necessario anche per presentarsi a finanziatori. Perché agli investitori interessa che ci sia una certificazione che pone delle sicurezze sul modello di investimento e questa la può fornire solo un revisore.

Giusto pensare alla sostenibilità ma ci vogliono idee vincenti

Più che una necessità la sostenibilità oggi sembra essere diventata un trend. Anche per chi vuole iniziare un progetto di startup volge uno sguardo verso questo argomento. Però non basta. Infatti è un fattore che tutti gli investitori considerano ma ovviamente quello a cui puntano maggiormente è che l’idea sottoposta sia di successo. Quindi è corretto proporre idee che sia anche sostenibili, o che pongano l'attenzione al problema, ma non si deve pensare che basti per garantirsi finanziatori.

Bill Gates e i bitcoin non ecosostenibili

BILL GATES BITCOIN ECOSOSTENIBILI - Da una decade ormai nel mondo si sono affermati i bitcoin, criptovalute interamente digitali. Si è parlato molto di questo mezzo di transazione e vi sono state fatte molte speculazioni. C’è chi vi è a favore, chi ritiene che siano rivoluzionari e chi invece cerca di affossarli in ogni modo. Tra coloro che gli muovono critiche c'è Bill Gates, il quale ha recentemente fatto affermazioni che hanno trovato molto consenso.

Criptovalute e bitcoin conosciamo meglio questi termini

In un mondo dove tutto ormai si svolge in rete, sono diventati digitali anche i  metodi di pagamento. Sono nate infatti le criptovalute, una risorsa digitale paritaria e decentralizzata basata sulla crittografia.

I bitcoin sono prima criptomoneta per valore, la prima ad essere conosciuta in massa, e ad essere riconosciuta come forma di pagamento da diversi siti Internet, nonché commercianti. non viene classificato come una moneta, ma come una riserva di valore attualmente molto volatile. Il Bitcoin non fa uso di un ente centrale né di meccanismi finanziari sofisticati, il valore è determinato unicamente dalla leva domanda e offerta.  Utilizza un database distribuito tra i nodi della rete che tengono traccia delle transazioni, ma sfrutta la crittografia per gestire gli aspetti funzionali, come la generazione di nuova moneta e l'attribuzione della proprietà dei bitcoin.

Bill Gates è scettico nei confronti dei bitcoin

In un mondo che sempre più avanti verso una rivoluzione green, per Bill Gates i bitcoin non trovano spazio. Egli infatti si ritiene scettico verso questa criptovaluta e non la ritiene adatta per il clima. Ma su cosa affonda queste accuse? Lo si capisce dalle sue stesse parole:

“Il bitcoin utilizza più elettricità per singola transazione rispetto a qualsiasi altro metodo di pagamento noto all’umanità”

Purtroppo è impossibile dargli totalmente torto. Infatti il data scientist della Banca centrale olandese Alex de Vries stima che ogni transazione in bitcoin richieda in media 300 kg di anidride carbonica (CO2).  Questo costituisce un impatto equivalente a quello di 750mila pagamenti con carta di credito. I dati sono quindi a supporto di quanto affermato da Bill Gates.

C’è del vero in quello che dice Gates ma altri, tra cui Hamid-Reza Khoyi sollevano un’obiezione

I dati sono chiari e parlano a favore delle affermazioni di Bill Gates e di chi la pensa come lui. Però è possibile muovergli delle obiezioni.

“Vero consumano molto però tantissimi datacenter e enti coinvolti usano energia rinnovabile. Questo porta ad evitare il problema sollevato dal signor Gate. A mio parare le criptovalute non devono essere bocciate in toto, ma quello che si deve cercare di fare per il futuro è migliorare la tecnologia che vi sta dietro, in modo che richieda un dispendio minore di energia. Inoltre è importante che non solo alcuni, ma tutti gli enti coinvolti utilizzino fonti di energia rinnovabile”

Questo è quanto ha affermato Hamid-Reza Khoyi, revisore di conti, esperto di criptovalute e molto sensibile al tema dell’ambiente. Questo è il suo punto di vista, ma come potete leggere in questo articolo di Forbes ci sono altri che la pensano come lui.Per saperne di più sulle criptovalute e i bitcoin: https://www.finanzeinvestimenticriptovalute.it/hamid-reza-khoyi-e-il-mondo-delle-criptovalute/